Cambiare il linguaggio è cambiare il mondo

Gruppo di lettura Prendiamoci con filosofia

Il nostro Gruppo di lettura “Prendiamoci con filosofia” si è di recente riunito per discutere sul libro di  Gianrico Carofiglio, Con parole precise. Manuale di autodifesa civile (Feltrinelli, 2025). Si tratta di un testo agile che ha sollecitato molte riflessioni sul potere del linguaggio, uno strumento per descrivere il mondo, ma capace anche di trasformarlo, e sulle parole che il potere politico di frequente utilizza in modo improprio o volutamente manipolatorio. Come l’autore precisa nell’introduzione, la sua analisi non nasce da un interesse puramente teorico, ma da un bisogno etico e civile nella direzione di una cittadinanza consapevole e attiva.

Il linguaggio pubblico

Oggetto principale dell’indagine è il linguaggio pubblico, in particolare politico, ma è giusto aggiungere, per inciso, che anche nella dimensione privata dell’esistenza siamo più  attrezzati ad affrontare la vita, quanto più siamo capaci di  definirla, raccontarla – a noi stessi e agli altri – con le giuste parole. Mettere in parole le nostre esperienze ci consente infatti di attribuire loro senso, valore e ordine. Mi piace ricordare un verso di Patrizia Valduga in cui si dice che la parola “prepara il gesto, produce destini”, e un passo del romanzo di Goliarda Sapienza, L’arte della gioia, in cui la protagonista sente che per rifondare la propria vita deve cominciare proprio dal linguaggio: “Ecco cosa dovevo fare: studiare le parole (…). E poi ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove”.

Usare il giusto linguaggio per raccontare il proprio vissuto può, in alcuni casi, svolgere persino una funzione terapeutica,  poiché chiarisce, rafforza il senso del nostro esistere, come ha sostenuto Duccio Demetrio in molti suoi scritti. Da diversi decenni del resto le neuroscienze e  la linguistica hanno riconosciuto che il linguaggio modella o comunque influenza la dimensione emotiva, cognitiva e morale dei parlanti.

Immagine di due persone che parlano ciascuno da una parte opposta all'altro.

“Politica e verità”

Tornando alla questione centrale del libro, nella prima sezione, intitolata “Politica e verità”, Carofiglio indica la necessità di comprendere le tecniche manipolatorie, le fallacie, i trucchi retorici del linguaggio politico e mediatico contemporaneo disseminato di slogan ossessivamente ripetuti, tesi a suscitare reazioni meramente emotive e a disattivare lo spirito critico. In particolare l’autore concentra la propria attenzione sulle metafore ampiamente utilizzate nella narrazione politica, un tema chiave degli studi del linguista cognitivo George Lakoff, autore di Metafora e vita quotidiana, e Non pensare all’elefante. Le metafore, come aveva intuito già Aristotele, non sono semplici artifici retorici, ma potenti strumenti cognitivi, poiché influenzano il modo di organizzare la realtà in categorie e dunque strutturano il pensiero; evocano immagini che facilitano la comprensione di concetti astratti o oscuri; colpiscono l’immaginazione, la sfera emotiva e rapidamente si imprimono nella memoria. Da ciò deriva la loro straordinaria forza persuasiva, capace di influenzare convinzioni, scelte, comportamenti. È evidente quanto sia importante comprenderle con attenzione, decostruirle, leggere la trama ideologica che le sottende, i valori a cui si ispirano. Per questo l’analisi dell’autore si concentra su metafore e slogan utilizzati nelle campagne elettorali degli ultimi decenni in Italia e in America, ad esempio l’espressione “scendere in campo”, usata da Berlusconi nel 1994; la parola d’ordine “America first”, utilizzata da Trump; e lo slogan di Obama Yes, we can”.

Se la qualità del discorso politico è scadente, si mette a rischio la democrazia che ha il suo fondamento nel dialogo razionale e plurale, come ha sostenuto Gustavo Zagrebelsky nel suo Imparare democrazia, preso in esamevdal nostro gruppo di lettura qualche mese fa. È dunque necessario saper distinguere con attenzione, valutandone gli effetti, tra un buon linguaggio politico, capace di generare progetti etici, speranze, coesione sociale, e uno cattivo, che diffonde paura, rabbia, esclusione, conflitti.

La post-verità

Il discorso politico dovrebbe tenere in particolare considerazione la verità fattuale, benché una lunga tradizione di pensiero abbia considerato la menzogna e la simulazione utili o necessarie nell’esercizio del potere. Oggi la questione assume nuovi contorni, siamo nell’epoca della  cosiddetta post-verità, un neologismo apparso nel dibattito pubblico internazionale già negli anni ‘90 al tempo della prima guerra del Golfo, e indicato dal Dizionario Oxford come parola dell’anno nel 2016, quando si svolsero in Inghilterra il referendum per la Brexit e negli Stati Uniti le elezioni presidenziali. Il termine definisce una comunicazione che ritiene irrilevante il riferimento a fatti reali, documentabili e verificabili, e punta piuttosto a suscitare sensazioni, reazioni emotive intense, a confermare convinzioni, pregiudizi diffusi, che creano consenso più facilmente e rapidamente delle argomentazioni logiche.

La propaganda e le trappole della rete

Il fenomeno della propaganda non è certamente nuovo, come sostiene Hannah Arendt, è uno dei tratti distintivi dei regimi totalitari che, secondo la filosofa, distruggono le basi su cui poggia la politica, intesa non come dominio, esercizio del potere, luogo di meschini interessi di parte, ma come  lo spazio pubblico in cui soggetti plurali, insieme, attraverso il discorso libero e l’azione realizzano cambiamenti, nuovi inizi in vista del bene comune. È opportuno ricordare anche George Orwell, sempre molto attento all’integrità e onestà del linguaggio, che in un articolo del 1946, intitolato La politica e la lingua inglese, denuncia la decadenza del linguaggio politico, segnato da fumose imprecisioni e argomentazioni ingannevoli. Oggi però attraverso la Rete l’intenzionale mistificazione della realtà può diffondersi in modo particolarmente veloce e capillare. L’incapacità di distinguere il vero dal falso, i fatti dalle opinioni, produce esiti pericolosi: indebolisce il concetto di verità, disorienta, mina la capacità di giudizio e prevalgono i discorsi, le idee e dunque la volontà dei soggetti più potenti ed economicamente forti, capaci di controllare il sistema dell’informazione e dei social media.

Se non è possibile bloccare le fake news, gli slogan capziosi, gli argomenti ingannevoli, è un dovere civile smontarli, confutarli attraverso l’ascolto attento, la lettura critica, e impegnarsi per mettere in atto pratiche collettive di cambiamento.

Ada Mangano

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