Io che ti ho voluto così bene di Roberta Recchia

Cover libro Io che ti ho voluto così bene di Roberta Recchia, Rizzoli, 2025.

A volte di un’intera storia ti resta nella mente, marchiata a fuoco, un’immagine.

Vi è mai capitato?

Io che ti ho voluto così bene di Roberta Recchia, Rizzoli 2025, scorre con la forza visiva dei fotogrammi.

C’è una scena, in particolare, che mi ha fatto pungere gli occhi: Maurizio tende il palmo aperto con due more appena colte al fratello Luca che gli cammina a fianco.

In mezzo, c’è tutta la vita dell’uno e dell’altro andata in malora.

Appena ventenne, Maurizio si era macchiato di un crimine odioso: aveva violentato e poi ucciso la sedicenne Betta Ansaldo.

Quando i carabinieri, dopo due anni di indagini, bussano alla loro porta, il mondo così come lo aveva conosciuto Luca, fino ad allora, va in frantumi.

Non entro nel dettaglio della storia, che è la stessa raccontata nel libro di esordio dell’autrice, Tutta la vita che resta (Rizzoli, 2024), ma da un altro punto di vista.

Quello che vorrei sottolineare, invece, è che si tratta di una grande storia di forza, di tenacia, di ostinazione e di perdono.

Si assiste alla ricostruzione di Luca Nardulli, il fratello minore costretto dai genitori a lasciare il suo paese per sottrarsi allo scandalo che ha investito la loro famiglia.

Raggiunge un fratello del padre a Bergamo, un insegnante di lettere classiche, ricostruisce a piccolissimi passi il suo presente e lascia che il futuro accada, non cedendo alle lusinghe del ritiro sociale e progettuale.

Insomma, si fa trovare dagli eventi che accadranno.

Cosa succederà alla madre, cosa al padre? E cosa ne sarà di quel fratello tanto amato prima e tanto odiato adesso?

Le vite di tutti vanno avanti nel libro, qualche vita si arresta di fronte alla morte, in tempi diversi.

Luca continua il suo cammino di riparazione e lo fa cercando di essere sempre nel giusto, ma senza perdere mai di autenticità.

Alla fine del libro vuoi bene a Luca, ti ci sei affezionato e hai ammirato la sua costanza.

La scrittura è piacevolissima: sincera e salda, senza voglia di fuochi di artificio, priva di ogni retorica.

La scena delle more, di quel palmo teso, mi ha riportato alla mente e al cuore l’immagine finale di Umberto D. diretto da Vittorio De Sica nel 1952. Lì, il protagonista, Umberto Domenico Ferrari, interpretato da Carlo Battisti, solo e disperato, porge il palmo teso nell’atto di chiedere l’elemosina. Poi, si vergogna, gira il palmo e con il dorso della mano finge di vedere se piove.

Anche in questo libro, i personaggi ce la mettono tutta per trovare, mantenere o ritrovare la dignità, sbagliando anche nel modo più inumano, ma cercando sempre di spostarsi da dove stanno per migliorare.

Lo zio Umberto è figura di esattezza e giustizia, che cerca di coltivare l’amore anche dove gli altri preferiscono la damnatio memoriae.

E poi ci sono tanti personaggi che fanno da coro, ma sono tratteggiati benissimo e si evolvono in questo grande romanzo delle trasformazioni e della crescita.

Se anche voi avete l’abitudine di annotarvi su un quaderno o in un file le frasi dei libri che vi fanno emozionare mentre li leggete, sono sicura che non potrà mancare questa:

“Lo tormentava il dubbio che, nelle due more posate sul palmo della mano tesa, ci fosse ancora suo fratello, che forse adesso stava lì, affiorato dal niente che era rimasto. Il pensiero di quelle more lo straziava, gli faceva risalire dentro l’amore fraterno quasi fosse un istinto primordiale, che non si perdonava […]”.

Nell’ambito della biblioterapia clinica, cioè la selezione scelta e guidata da uno psicoterapeuta di materiali di lettura come acceleratori dell’emersione di contenuti emotivi, si parla tanto della teoria della mente. Cioè, della capacità delle narrazioni (e non solo) di favorire il processo empatico, la capacità di vestire i panni degli altri, di provare le loro stesse emozioni, con il giusto distacco però che consente di capire l’altro e di tornare a sé, con un punto di vista più largo, plurale.

Questo libro favorisce tantissimo questo processo e ci consente di sospendere il giudizio, o meglio la condanna a morte, quella sociale, quella delle emozioni, quello della riabilitazione alla vita.

La mamma di Luca, prima di andare via, schiacciata dal dolore, gli sussurra: “Il gioco lo hai vinto tu”. E così gli restituisce un po’ di quell’amore bruscamente interrotto. Lo vede, lo riconosce, lo sostiene nell’addio prematuro.

Ma la verità è che in questo libro vincono tutti dopo aver perso in molti.

Perché siamo tutti in evoluzione anche oltre l’indicibile, l’inenarrabile, l’impensabile.

Il libro Io che ti ho voluto così bene è disponibile al prestito al Museo di Storia Naturale di Foggia, in viale Giuseppe Di Vittorio, 31.

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Viaggiatrice di poltrona con i libri, in camper senza. Perdo sempre gli occhiali, raramente la pazienza.

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