Il figlio ostinato, di Elisabetta Liguori, Piemme, 2025.
Fine dell’800. In un Salento, se possibile più assolato e schietto di quello che conosciamo noi, il destino di un figlio e di un padre si rincorrono. Le vita di entrambi hanno a che fare con la musica in modo viscerale. Aniello, il figlio ostinato e fermo, difende con i denti il suo desiderio di diventare musicista. Alfredo, suo padre, noto direttore dell’orchestra del paese, non ne vuole sapere. Non lo incoraggia, non lo supporta, non lo comprende mai.
1982. Specchia, sud della Puglia. In una terra antica che per alcuni tratti riconosciamo affine al nostro presente, un padre e un figlio girano a vuoto come sulla ruota di un criceto, e non si toccano mai.
Entrambi musicisti talentuosi, entrambi “ammalati” di musica, anche se per ragioni diverse, invece che ritrovarsi vicini in questa passione comune, si osteggiano.
È soprattutto la figura del padre a farci male e a disorientarci. Questo padre capace, Maestro, direttore della banda del paese, che per nessuna ragione al mondo vuole che il figlio suoni, studi, esplori da vicino il suo talento. Gli impedisce anche solo di desiderarla, la musica.
Perché?
Perché mai un padre arriva a tanto?, perché questo padre – che pure coglie in Aniello un talento straordinario, puro, ancora inconsapevole – è così ostile?
La vita va avanti. Mesi, anni, decenni di vicende personali, intime e collettive in una famiglia e in momento storico assai complicati. Traslochi, spostamenti, matrimoni, lutti, strappi, un secolo da scavallare e una guerra che segna il cuore di tutti.
La storia scivola come un nastrino di raso dal suo rocchetto, qualche volta ci cade tra le mani, ma è sempre un fluire morbido, così da permetterci di seguire facilmente l’evolversi delle cose. Tra partenze e ritorni, tutto è ben scandito nel tempo e nei i luoghi: Specchia, Bari, Napoli, San Severo, Sannicandro…
Pagina dopo pagina scopriamo un pezzetto in più, cogliamo aspetti che non avevamo considerato. Ci affezioniamo, perdoniamo, facciamo il tifo per uno o per l’altra, patiamo con loro e ci sentiamo sollevati quando le cose vanno meglio.
Vedere
Vediamo bene quel che accade, come fossimo anche noi là, tra quelle mura, immersi in quelle note che invece che unire, come ci aspetteremmo, allontanano, respingono.
“Vediamo” le azioni proprio con gli occhi, intendo, come fossero episodi di una serie TV scritta bene. Ritroviamo Aniello, prima ragazzino testardo e audace, poi giovane uomo, poi adulto. Come cambia sua moglie Ada, prima innamorata fiduciosa, poi persa, impotente, arrabbiata. Vediamo crescere, sin dai primi passi, Agostino e Adelina, i figli di Aniello e Ada. Vediamo il padre Alfredo, invecchiare male e ripiegarsi su di sé, che è come essere morti, ma da vivi.
Tutti nomi che iniziano con la A, nella famiglia Visconti; questo, insieme a quello sulla musica, è un mezzo segreto che pesa sulle loro teste, un mistero, una scaramanzia o una iattura.
Eppure tanta bellezza, tanti dettagli non bastano ad assolvere Alfredo, il padre. Non bastano a giustificare il suo potere aspro, per lo più esercitato con il silenzio. Un silenzio che punisce, che gela, che lascia fuori per sempre.
Il talento che ammala
L’assoluta chiusura di Alfredo nei confronti del figlio Aniello sembra essere un tentativo per salvarlo da una smania che porta male. Quel “a fin di bene”, che conosciamo tutti, che ognuno di noi nella propria vita ha sperimentato, e che in questo caso è particolarmente ruvido.
Tentativo disperato per proteggerlo, ma da cosa? Da quel guizzo creativo che rende febbricitanti, e insonni, e inappetenti, e poco inclini alle relazioni?
Qui, assecondare il talento sembra una disgrazia. Qualcosa di cui non si parla. Una cosa che separa pure coloro che potrebbero essere uniti e vicini perché affetti dalla medesima “malattia”.
Siamo quello che ci manca
Questo romanzo è come sorretto da due scheletri narrativi. Uno, visibile, comprensibile, è suggerito dalla trama stessa: uno schema che si ripete e si tramanda di generazione in generazione, anche se ribaltato. Alfredo ha subito un’imposizione da suo padre Alfonso Visconti (il nonno di Aniello). A sua volta, seguendo l’unico schema che conosce, Alfredo costringe suo figlio Aniello – o almeno ci prova – a non suonare. A non fare quello che più vuole. Quel che accade in questa famiglia ferita è che nessuno dei padri riesce a sentire come sacro il desiderio del figlio.
Un gradino più giù, combaciante con questa lettura della storia, ne arriva un’altra, più intima, affilata, più dolorosa. Ovvero: siamo quello che ci è mancato. I mattoncini della nostra identità costruiscono pericolosamente la nostra nuova dimora sulle falle di chi ci ha preceduto.
Finiamo con l’essere quel che non ci è stato insegnato, di cui non abbiamo potuto godere. Di cui non siamo stati testimoni. Per reazione buona, o per rivalsa. Per una legge non scritta di compensazione, così da rimettere in equilibrio le cose, o soltanto per dimostrare all’altro che ce la possiamo fare.
Il prezzo che si paga
Quanto è alto il prezzo che paghiamo per un’eredità mai scelta che pure ci arriva addosso e di cui comunque dovremo farci carico?
Questa è una faccenda senza tempo, che ci riguarda, che ci appartiene, in quanto tutti figlie e figli, e poi a nostra volta genitori, o educatori, insegnanti, zii, cugini, fratelli grandi… potenzialmente “dannosi” per quelli più giovani di noi.
Questo romanzo resta per un poco fermo qui, in questo passaggio, squarcia il velo della colpa – le cose che non riusciamo a dire, quelle che aspettiamo ci vengano dette e non arrivano, o arrivano troppo tardi, deformi, inefficaci – e ci invita a pensare. Una famiglia avvelenata, come tante delle nostre, forse tutte – “disfunzionale” si direbbe oggi per prendere distanza dalle viscere del rancore e guardare la ferita dall’esterno – che avrebbe potuto essere felice e fiera dei propri talenti, di tanta ricchezza. Sì, ma quella sarebbe stata un’altra storia forse meno credibile di questa.

In Biblioteca
L’autrice Elisabetta Liguori presenta Il figlio ostinato il 30 marzo 2026 alle 18:00 nella Sala Darwin del Museo di Storia Naturale di Foggia. Il romanzo fa parte delle collezioni della Sala Narrativa della nostra Biblioteca, ed è ammesso al prestito.
