LA GRAMMATICA DELLA PACE

RIPARTIRE DA KANT

Un classico ha una inesauribile forza generativa che supera le barriere dei secoli e produce sempre nuovi discorsi e significati. Il gruppo di lettura filosofico della BibliotecaMagna Capitananell’ultimo incontro ha voluto confrontarsi con un classico della filosofia, Per la pace perpetua di Kant.

Il filosofo, nato nella città prussiana di Königsberg, dove ha trascorso l’intera esistenza, lo scrisse nel 1795, in tarda età, sulla scorta dell’entusiasmo per la pace di Basilea che segnò la fine della guerra tra la Prussia e la Francia rivoluzionaria. È bene ricordare, per contestualizzare il testo, che la seconda metà del Settecento è un’epoca di guerre e di grandi cambiamenti politici, economici e culturali: la rivoluzione americana, quella francese, la rivoluzione industriale e la diffusione dell’Illuminismo, che segna  una cesura con il pensiero tradizionale poiché ridefinisce il rapporto tra uomo e conoscenza e mette in discussione i poteri dominanti.

Il rapporto tra Kant e l’Illuminismo è di convinta adesione e nel suo articolo del 1784 Risposta alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo? ne diede la più incisiva e celebre definizione filosofica: “L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo  stato di minorità di cui è egli stesso colpevole”, imputabile dunque non a un difetto di intelligenza, ma alla viltà, alla pigrizia, alla  debolezza della volontà che i Greci chiamavano “akrasía”. Il filosofo esorta a  non rinunciare all’uso libero e autonomo della ragione, ad avere il coraggio di conoscere (Sapere aude!) e di camminare sulle proprie gambe, anche a costo di qualche caduta.

È interessante notare che esattamente due secoli dopo, nel 1984, Michel Foucault veda in questo scritto un modello per leggere il tempo presente. Nel suo saggio Illuminismo e critica, ritiene che l’Illuminismo a cui si riferisce Kant non sia tanto il  movimento culturale storicamente determinato quanto piuttosto un atteggiamento mentale che invita all’ “indocilità ragionata” nei confronti dei dogmi, delle opinioni dominanti, delle imposizioni esterne. Come nel mito della caverna di Platone, si tratta di uscire con coraggio dallo spazio dell’errore e della passività  e di assumersi la responsabilità e anche il peso della libertà. È il faticoso e paziente lavoro per costruirsi come soggetti liberi e consapevoli, per attraversare la “porta stretta” (l’espressione è usata da Umberto Curi in La porta stretta. Come diventare maggiorenni)che conduce alla conquista, difficile e mai definitiva, dell’autonomia.

Il rapporto tra Che cos’è l’Illuminismo? e Per la pace perpetua è strettissimo, in entrambi gli scritti la ragione è vista come una forza capace di trasformare il mondo; nel primo, la  ragione ha il compito di liberare l’umanità dalle catene della minorità, nel secondo dalla minaccia della guerra.

Nella storia della filosofia morale e politica il tema della pace era stato più volte affrontato, si pensi al Querela pacis (1517) di  Erasmo da Rotterdam, ma è nel Settecento che su di essa fiorisce una produzione letteraria e filosofica particolarmente vasta, dagli scritti dell’abate di Saint-Pierre a quelli di Voltaire e Rousseau.

Per la pace perpetua di Kant rispetto alle trattazioni precedenti ha il merito di presentare la pace non – o non solo – come un ideale morale, ma come l’esito di  un concreto progetto filosofico e politico-giuridico. Il saggio si articola in sei articoli preliminari e tre definitivi senza i quali non è  possibile edificare una pace duratura. Molto significativa è l’Appendice, in cui il filosofo indica la necessità di un accordo tra politica e morale einparticolare afferma la necessità della verità e della trasparenza politica per cui gli atti dei governi devono essere resi pubblici e la diplomazia non deve essere segreta. La pace non può essere costruita per Kant sulle zone d’ombra o sulle menzogne.

Il filosofo non è ovviamente un ingenuo ottimista, sa bene, come scrive nel suo Idea per una storia universale,che l’uomo è un “legno storto”, dunque radicalmente imperfetto, mosso da “insocievole socievolezza”, per cui oscilla tra il bisogno di unirsi in società e la tendenza a isolarsi, a competere e perseguire i propri interessi egoistici. Proprio per questo la pace va costruita con uno sforzo razionale.

Nel  nostro incontro ci siamo soffermati in particolare sul terzo articolo preliminare, secondo cui gli eserciti permanenti devono col tempo scomparire. Gli eserciti e gli armamenti costituiscono di per sé una minaccia e spingono gli altri Stati a implementare continuamente i propri arsenali di guerra. Le spese per armi, sempre più pesanti per i bilanci statali, causano spesso indebitamento pubblico e altre guerre di aggressione.

Kant aggiunge un argomento di carattere morale: “Venire  assoldati per uccidere o venire uccisi – scrive – sembra implicare un uso di uomini come semplici macchine e strumenti”. In continuità con il “secondo imperativo categorico” formulato dal filosofo nella sua Critica della ragion pratica,l’essere umano  è dotato di un valore assoluto e non può essere trattato come un mezzo, un oggetto.

La storia ci ha mostrato molti esempi di quanto devastante a livello fisico, psicologico e morale sia l’esperienza della guerra, uno tra i tanti è quello di Claude Eatherly, il giovane aviatore che nell’agosto del 1945 sganciò la bomba atomica su Hiroshima, la cui tragica vicenda umana può essere ricostruita attraverso il carteggio con il filosofo Gunther Anders, contenuto nel libro L’ultima vittima di Hiroshima.

Non si può ignorare che nelle guerre attuali sempre più gli uomini vengono sostituiti da sistemi di armi automatiche, droni autonomi, guidati dall’ Intelligenza artificiale. Secondo alcuni studi in una guerra di questo tipo si pongono diversi problemi etici, giuridici e politici e può accadere una pericolosa e imprevista escalation bellica. Infatti, se le decisioni umane sono sorrette da fattori emotivi, psicologici, morali, culturali, l’IA decide sulla base dell’efficacia in relazione agli obiettivi indicati.

Significativoè anche il quinto articolo in cui si afferma il principio secondo il quale non si può interferire con la forza nella costituzione e nel governo di altri Stati. Si richiama dunque il principio della sovranità, dell’autonomia e indipendenza di ogni Stato, anche nel caso di un governo considerato ingiusto, dispotico. Questi sono affari interni per cui solo al popolo spetta mettere in atto un processo di cambiamento e qualsiasi tentativo di esportare un modello politico ritenuto più giusto con la guerra è illegittimo, scandaloso e destinato al fallimento.

Si può aggiungere del resto che se gli Stati intendono davvero contribuire a “correggere” le storture di alcuni regimi, possono agire attraverso l’esempio, il diritto internazionale, il supporto alle iniziative autonome dei popoli.

Per ciò che riguarda il primo dei tre articoli definitivi, Kant ritiene che la costituzione repubblicana sia garanzia di pace. La repubblica  – da “res publica”, una cosa che riguarda il bene comune, gli interessi di tutta  la collettività – indica nel discorso kantiano una forma di governo caratterizzata da libertà, uguaglianza di fronte alla legge e rappresentanza delle istanze dei vari gruppi sociali. Un altro tratto distintivo della repubblica è la divisione dei poteri. Se l’esecutivo, dunque chi governa, invade lo spazio del potere legislativo esercitato dal  Parlamento o pretende di controllare il potere giudiziario, si è in presenza di una realtà “informe”, confusa e incline al dispotismo. Inoltre, la scelta di ricorrere alla guerra deve avere il preventivo consenso della collettività. Se a decidere se debba esserci o no la guerra, sono i cittadini, su cui  i costi umani e materiali della guerra inevitabilmente ricadono, allora “iniziare un gioco così brutto” sarà certamente più difficile.

Kant propone nel secondo articolo che si dia vita ad una federazione di Stati sovrani, che, pur rimanendo autonomi, collaborino in modo da risolvere le controversie attraverso il diritto internazionale e la diplomazia. È evidente che tale  proposta abbia posto le basi morali e giuridiche per le future organizzazioni internazionali come la Società delle Nazioni nel 1920 e l’ONU nel 1948.

Il terzo articolo definitivo afferma il principio dell’ospitalità universale, il diritto – che spetta a tutti gli esseri umani in quanto possessori comuni della superficie terrestre – a non essere trattati in modo ostile quando arrivano  nel territorio di un altro paese. A questa perorazione del diritto di ospitalità Kant contrappone la pratica coloniale basata sulla sottomissione e le guerre di conquista dei principali Stati commerciali europei in America, Africa e in Oriente.

Alla fine della  nostra discussione, ci siamo interrogati sul pensiero e la pratica della nonviolenza come alternativa praticabile ed efficace alla guerra. La concezione nonviolenta indica metodi non distruttivi per gestire i conflitti e per opporsi a sistemi oppressivi, occupazioni militari, leggi ingiuste – sono stati ricordati la famosa Marcia del sale, guidata da Gandhi nel 1930, e la “rivolta degli insegnanti” avvenuta nel 1942 durante l’occupazione nazista. Il libro della ricercatrice americana Erica Chenoweth, Come risolvere i conflitti, ricostruisce molte storie di resistenza civile e battaglie nonviolente e dimostra, attraverso una gran mole di dati, che è  fallace l’idea secondo cui l’azione militare sia in ogni caso la più incisiva e risolutiva.

Il testo di Kant può  essere ancora oggi considerato una bussola, una guida per orientare la ricerca e l’azione; indica in quale direzione muoversi per preparare la pace. Non c’è la certezza che essa si realizzi, ma è un dovere  morale e politico vivere e agire come se fosse possibile. Contrariamente al detto latino Si vis pacem, para bellum, per Kant, se si vuole la pace, bisogna prepararla attraverso un’azione politica razionale. La guerra non è inevitabile e non è la continuazione della politica con altri mezzi (come affermava Von Clausewitz), la guerra distrugge la politica che, secondo Hannah Arendt,  si alimenta di discorsi liberi e plurali, di scelte condivise e di relazioni paritarie vissute in uno spazio pubblico.

                                                               Ada Mangano

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